La lotta dei Mapuche per le «Tierras del Sud»

Escrito por Cristina Piccino. Publicado por Il Manifesto.

Txalo Toloza-Fernández e Laida Azkona Goni sul palco in «Tierras del Sud»
Txalo Toloza-Fernández e Laida Azkona Goni sul palco in «Tierras del Sud» 
© Alessia Bombaci

Racconta Txalo Toloza-Fernández che la sua famiglia aveva una farmacia in un campo di minatori e quelle storie divenute nel tempo lessico familiare hanno portato lui e Laida Azkona Goni a Tierras del Sud – stasera e domani a RomaEuropa. Txalo è cileno, nato a Santiago, Laida basca di Pamplona, lui ha iniziato come videoartista nella sua città, poi performer a Barcellona, dove risiede e lavora dal 1997. Regista, docente, attivista, nel 2005 ha creato lo studio audiovisivo «MiPrimerDrop» specializzato in lavori videografici dedicati alle arti viventi e performative.

Laida viene dalla danza – tra le su esperienza la Trisha Brown Company a New York, poi lavora con le arti performative concentrandosi sul corpo e sul movimento. Insieme hanno iniziato a lavorare nel 2013, qualche anno dopo, nel 2016, realizzano Extranos Mares Arden che è il primo progetto di una trilogia di documentari teatrali firmati come Azkona & Toloza coi quali indagano i rapporti tra neocolonialismo e mondo contemporaneo. E di questo parla anche Tierras del Sud, seconda parte di una trilogia teatrale, Pacifico, sui massacri subiti dai popoli originari dell’America Latina. Nel paesaggio sconfinato della Patagonia, laddove la storia coloniale oggi è ancora la questione della terra: lo sfruttamento, la spoliazione, i grandi capitali concentrati in poche famiglie e negli accordi con gli investitori stranieri, la persecuzione dei nativi, qui i Mapuche in lotta contro le multinazionali come Benetton per sopravvivere.

«Abbiamo creato Tierras del Sud come un documentario incorniciato dalle arti performative e plastiche» dicono Txalo Toloza-Fernández e Laida Azkona Goñi. E aggiungono: «Volevamo parlare del deserto, e insieme ritrovare la memoria della mia famiglia, che viveva nell’Atacama, la più grande regione mineraria del Cile, una distesa immensa dove la gran parte della miniera era proprietà della famiglia Guggenheim. Il fatto che un’area sia deserta permette al capitale di intervenire facilmente. Ma ciò che viene definito tale, cioè deserto, è spesso abitato da popolazioni che non vengono considerate, non hanno alcuna importanza di fronte al profitto. Questo territorio immenso può essere quindi spogliato di tutto. Il nostro lavoro comincia qui, vogliamo mostrare la barbarie subita dai popoli latinoamericani e la responsabilità in questo dello stato nazionale. Ma anche di grandi nomi come Guggenheim o qui Benetton che si presentano come paladini dell’arte e della cultura contemporanee mentre distruggono la vita di intere popolazioni».

Parliamo di Benetton. Nello spettacolo raccontate la storia di Rafael Nahuel, un ragazzo di 22 anni ucciso dalla polizia. E vi chiedete: «Cosa ha a che fare Benetton con tutto questo?».
Benetton perpetua un sistema secolare, 120 anni fa le quelle stesse terre erano di proprietà di una impresa britannica. Il territorio Mapuche a est della Cordigliera delle Ande ha sempre subito la violenza dello stato argentino. Benetton inoltre non ha investito nulla grazie a un sistema che risponde a una logica feudale supportata dalla polizia, dai militari, e appunto dallo stato argentino. Lo stesso accade in Brasile e in Amazzonia con Bolsonaro o in Cile. In Argentina il governo sostiene che lo stato nazionale corrisponde al popolo argentino, tutti sono argentini e i popoli originari non esistono, quindi i Mapuche non possono rivendicare alcun diritto su quelle terre. A complicare le cose c’è che l’Argentina è un paese federale, e ciò che magari stabilisce il governo non viene invece riconosciuto o accettato localmente. E prima ancora esiste un problema culturale, i Mapuche non lottano per la proprietà ma per la vita di quei luoghi, e in questo sono molto distanti dai movimenti per la terra e anche dalla sinistra. Semplicemente il concetto di proprietà privata non fa parte della loro cultura.

Qual è il vostro metodo di creazione?
Nel caso di Tierras del Sud abbiamo svolto un lungo lavoro investigativo per un anno e mezzo viaggiando in tutto il territorio. Non facciamo interviste, non siamo dei giornalisti, proviamo a capire. All’inizio abbiamo incontrato molta diffidenza come era prevedibile, sono persone che stanno combattendo per la loro sopravvivenza. Poi però una volta stabiliti dei contatti ci hanno invitati nelle loro case, si è creata una confidenza. Sono persone messe in un angolo, che vivono una situazione molto dura. In quei luoghi che somigliano a riserve naturali, le grandi famiglie di proprietari vivono invece in spazi immensi, sono come i grandi signori di un tempo, e anche un po’ i cowboy della conquista della frontiera, esprimono l’arroganza del potere, vogliono prendere tutto, i pascoli come i minerali.

Sembra però che tutto questo interessi poco, o forse le economie globali sono sempre più forti.
In Europa c’è un’idea sbagliata su queste realtà, e il nostro lavoro prova anche a rispondere a questo. Ci interessa studiare il passato per la stessa ragione, siamo convinti che se hai ucciso qualcuno per certi interessi decenni fa può accadere ancora. C’è una forma di «modernizzazione» che arriva al presente e riguarda i diritti umani e sociali.