DESPLAZAMIENTO DEL PALACIO DE LA MONEDA

DESPLAZAMIENTO DEL PALACIO DE LA MONEDA es una iniciativa de Roger Bernat que no sería posible sin la participación de muchos colectivos de la ciudad que hicieron suyo el proyecto (ver la lista más arriba). Son co-creadores Txalo Toloza-Fernández y Juan Navarro, y la dramaturgia es de Roberto Fratini. La construcción de la maqueta fue obra de Patricio y José Saavedra, carpinteros de La Legua.

La coordinación del proyecto en Santiago de Chile la realizó Enrique Rivera con la ayuda de Maura Aranda. En el centro de Santiago nuestro enlace fue Jorge Guerra y el Colectivo Pandemia y en los barrios de San Miguel y La Legua, José Torres. La coordinación en Barcelona la hizo Helena Febrés.

La coproducción es de Elèctrica Produccions, Festival Santiago a Mil (Chile) con la ayuda en residencia de trabajo de Le Manège de Mons (Bélgica) y Lieux Publics (Marsella), y la colaboración del Centro Cultural de España en Santiago de Chile.

Todas la fotografías en B/N son de Pamela Albarracín.

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Duración: 2 días.

Diferentes organizaciones sociales levantan el Palacio de la Moneda y lo trasladan al barrio con la menor renta per cápita de la ciudad. En este caso el emblemático barrio de La Legua. Cada colectivo se hace cargo de llevar el palacio a hombros durante un tramo en el que decide qué comunicar desde el balcón y si adornar el tramo con música, baile o el silencio.

 

LA PIEZA:

En la minga tradicional el traslado de uno se convierte en la movilización, el esfuerzo, la fiesta de todos. La comunidad mueve con nosotros el símbolo mismo de nuestra estabilidad familiar, económica y social. Es en este movimiento que nos despoja temporalmente de un techo cuando estamos, más que nunca, protegidos por el edificio en movimiento de los valores comunitarios.

Del mismo modo, el desmontaje y traslado de La Moneda, el monumento con que el Estado pretende representar su estabilidad, no es solo la celebración irónica de su inconsistencia, sino una forma de festejar su capacidad de estar en nuevos escenarios, de anunciar nuevos frentes de lucha y, porqué no, de exponerse a la crítica: hacerse realmente pública. Es trasplantando el Palacio como se introduce en su silencio la voz de todos.

Es a condición de circular que La Moneda puede adquirir y representar algún valor.

 

ORGANIZACIONES PARTICIPANTES.

  • SINDICATO NACIONAL INDEPENDIENTE DE TRABAJADORAS SEXUALES AMANDA JOFRE
  • MUMS
  • CUDS
  • FUNDACIÓN IGUALES
  • NO ALTO MAIPO
  • RED POR LA DEFENSA DE LA PRECORDILLERA
  • CHILE SIN TRANSGÉNICOS
  • COLECTIVO ECOLÓGICO DE ACCIÓN
  • AQUÍ LA GENTE
  • SINDICATO DE TRABAJADORAS DE CASAS PARTICULARES
  • OBSERVATORIO DE GÉNERO Y EQUIDAD
  • SINDICATO DE TRABAJADORES DE EDIFICIOS DE CHILE
  • COMITÉ DE REFUGIADOS PERUANOS
  • ORGANIZACIÓN SOCIOCULTURAL DE LA COMUNIDAD HAITIANA DE CHILE
  • ASOCIACIÓN CULTURAL FOLKLÓRICA INTIQUILLA DEL PERÚ
  • SINDICATO DE FRUTEROS DE CAL Y CANTO
  • COLECTIVO PANDEMIA
  • PÉRGOLA DE FLORISTAS SANTA MARÍA
  • PÉRGOLA DE FLORISTAS SAN FRANCISCO
  • ASOCIACIÓN DE LOCATARIOS DE LA VEGA CENTRAL
  • MOVIMIENTO FURIOSOS CICLISTAS
  • CORPORACIÓN SOFINI
  • COLECTIVO TODOS TRABAJANDO
  • COLECTIVO FAMILIARES Y COMPAÑEROS DE LOS 119
  • MOVIMIENTO CONTRA LA TORTURA SEBASTIÁN ACEVEDO
  • ONG 81 RAZONES
  • SAMBAIGO
  • COMPAÑÍA DE BOMBEROS 3 DE SAN MIGUEL
  • COMPAÑÍA BARRIO TEATRO
  • COMPAÑÍA EL PARADERO
  • LA CALETA
  • VOCES DE LA CALLE
  • FURIA LEGUINA
  • MILLANTÚ
  • RAIPILLÁN
  • JJCC LA LEGUA – SOLIDARIDAD CON CUBA.
  • JÓVENES DE LA PARROQUIA SAN CAYETANO
  • ENRIQUE MOLINA
  • y todos aquellos y aquellas espontáneos que se sumen durante el trayecto.
DE DÓNDE VIENE:

El objeto está inspirado de Anarchitektón, una serie de vídeos del gran Jordi Colomer, y de la procesión del Santo Rosario de cristal de Zaragoza. El cómo transportarlo de las procesiones de los gitanos en la Semana Santa granadina y, quizás también, de La nave de los locos del Bosco. El quién debía transportarlo o, lo que es lo mismo, la relación con el público, viene de las mingas, una tradición chilota.

NOTAS DE ROBERTO FRATINI: EL CALVARIO O VIVAQUEO Y EL ARTE DE DESPLAZAR LOS SÍMBOLOS (en italiano)

Nella vicenda erratica (tutt’altro che epica, di fatto, e tutt’altro che lineare) della Storia delle Nazioni, che alcuni vogliono immaginare come un viaggio verso il meglio, ma che la gente comune immagina, più acutamente, come un cammino accidentale (e accidentato) di andata e ritorno tra il male e il peggio, lo Stato, come il suo stesso nome suggerisce, ha sempre preteso rappresentare – si interpreti questo verbo in tutte le accezioni, compresa quella più brutalmente teatrale – il fondo di stabilità, la Stasi solenne che permetteva di misurare, spesso reprimere, e in qualche caso fomentare, l’agitazione contingente, le evoluzioni e rivoluzioni di quel viaggio, o di quella deriva; ha insomma preteso di garantire in ogni tempo la Statica della civiltà contro ogni eventuale sisma, ogni commozione, ogni crollo. Ora, affinché questa performance di inamovibilità e stabilità avesse luogo ogni giorno, e se ne potenziasse l’inerzia attiva (questa inerzia operosa è l’unica vera forza dei simboli), lo Stato ha sempre amato oggettivarsi in edifici di massiccia grandiosità che dovevano offrire l’apparenza tangibile di una solidità simbolica e che quasi sempre finivano per costituire il solido simbolo di una mera apparenza. È il paradosso dei palazzi del governo: sono stati costruiti per recitare ogni giorno il loro ruolo di promessa mantenuta, di fatto compiuto; come scenografie, la loro recita specifica è preesistere e sopravvivere a tutte le tragedie. Persino nei teatri greci, la scena fissa era la facciata monumentale del palazzo del re. Sullo sfondo di una storia di morti ed epiloghi e interruzioni, la pietra si presta, con una agilità tutta sua, all’acrobazia, al numero da circo della continuità.

Ma questa monumentalità, che ne recita la forza, è di fatto la vera debolezza dei simboli, il loro principale sintomo di senescenza: consacrati non senza sacrifici da decenni di venerazione, di superstizione politica, o di fede sincera; sottoposti da un abuso chiamato Storia (e dagli abusi di cui è piena quella storia) a una specie di inflazione, di dilatazione, i simboli sono cosí monumentalmente capienti, cosí prolassati, che non vi è nulla di piú facile che occuparli con tutto e il contrario di tutto.: qual’è il golpista che, mentre distrugge le fondamenta costituzionali, giuridiche e politiche della convivenza democratica, non corre a occupare le sedi che la rappresentano? La dittatura è in essenza questa privatizzazione, per non dire personalizzazione, dei simboli della continuità collettiva. Non c’è dittatore che non sia disposto a invecchiare nell’obsolescenza, nell’immobilità programmata delle pareti che ha occupato e che, a partire da questo momento è come se sopravvivessero alla marcescenza di tutto quanto rappresentavano. O contenevano. Spettacolarissime tombe di qualcosa.

Cosí, è urgente mobilitare il simbolo: non perché cessi di essere un simbolo, ma perché si riconosca che la sua forza sarà effettiva solo nella misura in cui se ne riconosca la fragilità strutturale; che l’ironia è l’unica maniera di evitare che la sopravvivenza del simbolo stesso assomigli a una specie di “eternità” inservibile. Il punto non è smantellarlo o distruggerne l’effigie, ma smontarlo affinché sia trasportabile, affinché non cessi di viaggiare: operazione poetica ancor prima che politica, perché precisamente la traslazione, lo spostamento, lo slittamento è ciò che permette ai simboli di riattivarsi, e di essere riappropriati, trasposti in metafore; di servire, insomma, a una rilettura constante, un constante “sopralluogo” dei valori della collettività, della sua topografia, del suo spazio politico reale e immaginario.

Deriva situazionista, deambulazione simbolista, processione pasquale, cabalgata de reyes di un simbolo annoso, nave dei folli: spostare l’inamovibile è sempre stata un’operazione paradossale il cui fine ultimo era, in fin dei conti, mobilitare l’inerzia della città, la sua topografia già data, sommuovere il suo sistema di valori, convulsionarne il peso specifico sociale. Trasformare la topografia, che è la trascrizione muta dei luoghi, in una topologia, che è la loro gesticolazione, la loro capacità di autotrasformazione. Nulla pone alla prova la pretesa di verità incarnata dalle sedi dei poteri costituiti con piú forza che prenderne sul serio la vocazione scenografica, farne un décor mobile, e prestarla come un palco a mille finzioni: può essere che il contenuto di quelle finzioni (il discorso presidenziale di chi non preside strettamente nulla) finisca per sembrare più credibile, più moralmente e politicamente vero, nei nuovi contesti in cui appare, quasi sempre segnati dall’oppressione e dall’emarginazione, che i discorsi ufficiali, le arringhe dal balcone, i veri speeches presidenziali; può dunque essere che questa occupazione erratica di un palazzo fatto carro-scenico diventi la viva immagine di una “dittatura di ciascuno” (giacché chiunque può comprarne, affittarne, occuparne il carisma), o che diventi una viva immagine della democrazia di tutti contro i rischi o i feticci dell’autocrazia: nel primo caso si sarà fatto un pessimo uso di qualcosa di buono, nel secondo un uso eccellente di qualcosa di intrinsecamente cattivo. Servirà in ogni caso a ricordare che i palazzi governativi sono molto più volatili e trasparenti al peggio (ma anche al meglio) di quanto si possa credere.

Nella minga tradizionale il trasloco di uno diventa la mobilitazione, lo sforzo, la festa di tutti; perché precisamente il momento in cui la casa del singolo entra nello spazio di precarietà del viaggio, del tragitto da una sede all’altra, è il momento in cui la collettività e il singolo celebrano la loro interdipendenza, la loro reintegrazione simbolica: la comunità muove con noi il simbolo stesso della nostra stabilità, familiare, economica e sociale, perché proprio in questo movimento, che ci “spossiede” temporaneamente di un tetto, siamo più che mai riparati, protetti dall’edificio in movimento dei valori comunitari. Quando parliamo di cultura e del suo senso rispetto al destino della collettività e al suo potenziale di condivisione, troppo spesso dimentichiamo che, se condivide radice con la “coltura”, non è solo perché ambedue puntano a costituire un patrimonio di “stanzialità”, ma perché ambedue costruiscono questa stanziaità e la prosperità materiale o spirituale che ne derivano, della capacità collettiva di rinnovare i suoi elementi basici rinnovandone l’ubicazione, trapiantandoli tutto il tempo. La traslazione mette alla prova, verifica la solidità del nostro tetto e del suo significato esistenziale con la stessa forza con cui una metafora mette alla prova, verifica la solidità del nostro linguaggio, riattivandone le possibilità espressive, riaccendendone la forza di persuasione; riaccendendone, finanche, il potenziale di rivendicazione.

Analogamente, solo lo smontaggio e la traslazione dei capisaldi della simbologia politica non sono solo una celebrazione ironica della loro inconsistenza, ma la realizzazione festiva della loro capacità di “visitare” nuovi scenari, di “annunciare” nuovi fronti di lotta e, perché no, di esporsi alla critica, al fraintendimento, alla svendita: farsi realmente pubblico, o farsi solo “pubblicità”. È necessario che gli idoli della stabilità passino per questa prova, per questo viaggio della precarietà; che bivacchino negli stessi luoghi e quartieri che hanno misurato la precarietà delle loro condizioni sulla stabilità di quelli.

Solo a condizione di circolare, la Moneda può acquisire e rappresentare, qualunque esso sia, un valore.

Diremo, un poco paradossalmente che, proprio come in una Via Crucis (che è l’itineranza per stazioni del simbolo più abusato di tutti), solo pericolando, bivaccando per le differenti tappe del suo percorso di allontanamento da se stessa, solo cosí la sede del potere può effettivamente risuscitare e, chissà, salvarci. O che, altrettanto paradossalmente, in fondo portandola a spalla stiamo realizzando la versione comica e performativa del nostro proprio calvario collettivo sotto il peso della sua autorità, della sua trascendenza da barzelletta. Che il rituale della liberazione è smontare l’altare e portarlo a passeggio. Esporre la sua serietà a mille intemperie, e all’intemperanza della gente. Riempire tutti i bivacchi, tutte le stazioni del suo monunentale, comico Calvario di tutte le voci di redenzione, riscatto, rivendicazione, solidarietà di cui è fatta la vera storia, solo umana, solo collettiva, della salvezza. E trapiantando il palazzo trapiantare nel suo silenzio la voce di tutti.

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